I nuovi mangimi per trota, orata e branzino, elaborati per il progetto Sushin, sono anche l'occasione per favorire la circolarità dei potenziali ingredienti.

La richiesta dei consumatori di acquistare prodotti di origine animale con valori nutrizionali elevati si accompagna sempre più spesso anche alla necessità che questi siano ottenuti con sistemi rispettosi dell’ambiente e degli animali. Quest’ultima richiesta è legittimata dal fatto che il comparto zootecnico è nel settore agricolo tra i più impattanti per le emissioni di gas ad effetto serra, pur considerando che nel nostro paese il contributo complessivo dell’agricoltura è pari al 7,2% del totale delle emissioni.

Nella letteratura scientifica sono molti gli studi che mettono in luce la possibilità di ottenere latte e prodotti derivati applicando metodi di produzione con ridotte emissioni nell’ambiente, anche nell’agricoltura convenzionale. Tali metodi possono ad esempio basarsi sullo sfruttamento delle potenzialità genetiche della mandria, piuttosto che su misure atte a mitigare gli effetti negativi sulla produzione legati alla presenza di contaminati negli alimenti destinati agli animali.

Il sistema più utilizzato in zootecnia per stimare l’impatto ambientale delle produzioni è basato sull’approccio Life Cycle Assessment (LCA) o analisi del ciclo di vita che offre il vantaggio di considerare in modo integrato tutti i fattori coinvolti nella produzione di un determinato bene o servizio. Nel caso della produzione del latte, la metodica considera tutti gli aspetti legati all’azienda zootecnica, dalla gestione della mandria (composizione della razione, reflui, emissioni enteriche…) alle colture aziendali (tipologia, rese, modalità di coltivazione), dai consumi energetici agli acquisti di alimenti alle produzioni ottenute. Con questa analisi è possibile stimare diverse categorie di impatto quali ad esempio le emissioni di gas ad effetto serra, di sostanze acidificanti responsabili dell’acidificazioni delle piogge, di sostanze che possono causare l’eutrofizzazione delle acque, l’uso del suolo e di fonti energetiche non rinnovabili. Poiché la letteratura esprime generalmente tutte queste categorie di impatto in base all’unità di prodotto (latte, formaggio ad esempio), qualsiasi fattore produttivo che migliori la quantità porta a vantaggi in termini ambientali.

Una delle strategie percorribili è ad esempio quella utilizzata nel progetto FARM-INN “Farm-level interventions supporting dairy industry innovation”, sostenuto da Ager, che consiste nel selezionare animali più produttivi oppure che riescono a produrre latte di migliore qualità. La Prof.ssa Luciana Bava responsabile scientifico per l’Università di Milano, partner del progetto, ci spiega che “gli animali con variante B2 della β-caseina potrebbero produrre latte più ricco in termini di composizione in nutrienti che indurrebbe a migliori rese casearie, quindi una maggiore quantità di formaggio a parità di latte lavorato, rispetto a latte di animali senza questa variante, con vantaggio indubbio dal punto di vista della sostenibilità. Produzioni più sostenibili possono essere ottenute anche utilizzando dei sequestranti in grado di legare le aflatossine, il cui utilizzo nell’alimentazione delle bovine può diminuire la contaminazione del latte con conseguente riduzione della quantità scartate e aumento sul mercato di latte caseificabile”.

L’incremento di produzione a livello complessivo e la riduzione dell’impatto ambientale per unità di prodotto rappresentano una delle principali sfide del settore e il progetto FARM-INN ha, tra gli obiettivi, quello di ottenere dei risultati concreti per un avanzamento di tutta la filiera.

L’ erba è un insieme di decine di piante diverse, mix unico e prezioso per il pascolo. Il progetto iGRAL sperimenta diverse modalità di gestione delle praterie alla ricerca di quella più sostenibile. 

 

Contrariamente a quanto si può immaginare, non sempre le praterie, formazioni costituite prevalentemente da piante erbacee, sono di origine naturale. Specialmente nelle aree mediterranee, si sono sviluppate per azione dell’uomo e si sono mantenute nel corso del tempo attraverso l’utilizzo di pratiche agricole tradizionali e poco invasive. La Comunità Europea, attraverso la Direttiva Habitat, riconosce alle praterie un ruolo fondamentale per la conservazione della biodiversità animale e vegetale e le indica tra gli habitat da conservare. Poiché si tratta di contesti semi-naturali, la conservazione passa attraverso la gestione sostenibile, che assicuri cioè la rigenerazione delle risorse: se non venisse utilizzata, la prateria verrebbe in poco tempo invasa dagli arbusti.

Perché le praterie sono così importanti per la biodiversità? Perché sono caratterizzate da un grande numero di piante (nelle praterie europee fino a 89 per m2) e di animali diversi, molti dei quali esclusivi, come ad esempio varie specie di orchidee o il trifoglio sotterraneo. Quella che viene chiamata genericamente “erba” è in realtà un insieme di decine di specie di piante diverse, ognuna con una specifica funzione.

Le praterie costituiscono un importante capitale naturale, ricco di valori ambientali, culturali ed economici. Uno dei principali è il fatto che rappresentano una risorsa molto valida per il nutrimento degli animali allevati per la produzione di carne e di latte. Il consumo dell’erba può essere diretto (pascolo), o indiretto, nel caso in cui l’erba venga sfalciata e offerta agli animali in un tempo successivo (prato).

Entrambe le pratiche, se svolte in maniera sostenibile, cioè in modo da assicurare la rigenerazione della risorsa, giocano il doppio ruolo di fornire cibo agli animali e di conservare la biodiversità. Oggi, in molte aree, le praterie stanno scomparendo a causa di due fenomeni contrastanti: l’abbandono, dovuto alla riduzione delle attività pastorali, e l’intensificazione delle attività produttive. Questi fattori, legati alla modernità, causano una rottura dell’equilibrio che si è creato nei millenni tra le piante e gli animali e quindi la perdita di biodiversità e dell’importante risorsa costituita dal foraggio.

Utilizzando indicatori naturali come le piante e le formiche, il progetto iGRAL valuta gli effetti sulla biodiversità e sui servizi ecosistemici (cioè i benefici che l’ambiente fornisce all’uomo), in modo da promuovere la tutela e la valorizzazione di un patrimonio irripetibile.

 

Simonetta Bagella, Università degli Studi di Sassari

 

La World Aquaculture Society (WAS) è la società scientifica che raccoglie da tutto il mondo gli scienziati che si occupano di sviluppare l'allevamento ittico, un settore trainante dell’agroalimentare italiano, sia a terra (in lagune e vasche artificiali), sia in mare aperto in gabbie flottanti.

Per la prima volta uno studio italiano quantifica il contributo delle formiche nel determinare la qualità dei pascoli montani del Piemonte e della Sardegna

 

Ad oggi sono state descritte ben oltre 16.000 specie di formiche che vivono in quasi tutti gli ecosistemi del nostro pianeta. A giudicare dalle dimensioni di un’operaia di Brachymyrmex1 dell’America centrale o di una minuscola Leptanilla2 della Sardegna, si potrebbe stimare il peso di queste minutissime formiche in poche decine di microgrammi (la milionesima parte del grammo) o poco più. Ingresso di un nido di formiche All’estremo opposto ci sono specie come il Dinomyrmex gigas3 le cui operaie raggiungono tranquillamente i 2 cm di lunghezza e possono pesare sino a quasi mezzo grammo. Ernst Josef  Fittkau e Hans Klinge (1973) stimarono il peso delle formiche nella foresta pluviale nei pressi di Manaus in Brasile. Essi scoprirono che il peso secco di tutte le formiche era circa quattro volte superiore a quello di tutti i vertebrati terrestri messi insieme.

Al di là delle stime riferite alle singole operaie non bisogna dimenticare che le formiche vivono in società composte da numerosissimi individui che concorrono in modo coordinato alla sopravvivenza e alla riproduzione della colonia. La grande forza e quindi il “peso” delle formiche sono dovuti proprio all’evoluzione del comportamento sociale che ha portato all’organizzazione delle popolazioni in comunità complesse e articolate, che nella loro massima espressione sono osservabili solo nelle api e nelle termiti.

Formica con semeNon sappiamo quanto “pesano” le formiche nei pascoli montani del Piemonte e della Sardegna ma sicuramente questi insetti hanno un ruolo importante nel regolare la quantità e qualità di piante che sono la base alimentare degli animali al pascolo. Per questo il progetto iGRAL effettuerà il monitoraggio delle formiche, che permetterà di sapere se questi insetti hanno una relazione competitiva con i grandi erbivori, oppure se favoriscono la dispersione di semi di piante importanti per la qualità dei pascoli o ancora se le azioni previste di miglioramento della gestione dei pascoli hanno un impatto diretto sulla biodiversità.  

Il confronto della formica con l’uomo, per quanto possa apparire equivoco, è sicuramente affascinante e inevitabile. Quante sono le formiche e quanto pesano? Sono tante e pesano molto, e se consideriamo che le formiche vivono sulla Terra da oltre 10.000.000 di anni e l’uomo da non più di 100.000, in un quadro ipotetico di precoce “senescenza” del pianeta, forse viene qualche dubbio su chi sopravviverà a chi.

Stefano Arrizza, Maria Leonarda Fadda, Marcello Verdinelli - CNR IBIMET

1http://www.antwiki.org/wiki/Brachymyrmex

2http://www.antwiki.org/wiki/Leptanilla

3http://www.antwiki.org/wiki/Dinomyrmex_gigas

J. Fittkau and H. Klinge, 1973. On Biomass and Trophic Structure of the Central Amazonian Rain Forest Ecosystem. Biotropica, Vol. 5, No. 1 (Apr., 1973), pp. 2-14.

https://www.jstor.org/stable/2989676?seq=1#page_scan_tab_contents

Ager - Agroalimentare e ricerca,
è un progetto di ricerca agroalimentare promosso e sostenuto da un gruppo di Fondazioni di origine bancaria.

AGER
Presso Fondazione Cariplo
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Progetto Ager

Valentina Cairo
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Riccardo Loberti
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