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Dal suolo al campo

Microrganismi del suolo: un esercito invisibile per salvare l’actinidia

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SOS-KIWI indaga il potenziale dello studio del microbioma nel prevenire e mitigare la moria dell’actinidia, ottenendo risultati importanti.

 

Come emerso nei nostri precedenti articoli, la coltivazione del kiwi in Italia è gravemente minacciata dalla Kiwifruit Vine Decline Syndrome (KVDS o sindrome della moria del kiwi). In diverse aree dedicate, infatti, si sono registrate forti perdite produttive con gravi ripercussioni economiche e sociali. Per risolvere questa problematica, il progetto SOS-KIWI propone un approccio multidisciplinare coinvolgendo enti di ricerca, distribuiti dal Sud al Nord del Paese, per approfondire le cause del fenomeno e sviluppare strategie efficaci per il contenimento e la prevenzione della sindrome.

In questo contesto, lo studio del microbioma vegetale e del suolo – ovvero l’insieme dei microrganismi che coesistono con le piante – sta emergendo come possibile chiave per comprendere la moria e cercare strategie di contrasto sostenibili.

 

Perché il microbioma è così importante?

 

Diversi studi hanno mostrato che il suolo e la rizosfera (la zona attorno alle radici), così come l’interno delle radici (endosfera), ospitano intere comunità microbiche (batteri, funghi, oomiceti, altri microrganismi). Queste comunità non sono statiche, ma possono cambiare in risposta a stress ambientali, pratiche agronomiche, condizioni idriche e influenzare la salute della pianta.

In condizioni di equilibrio, il microbioma favorisce l’assorbimento dei nutrienti, stimolando lo sviluppo radicale e contribuendo alla difesa naturale contro i patogeni. Al contrario, quando la comunità microbica si altera, esempio a causa di ristagni idrici, degradazione del suolo, stress termici, si può verificare la disbiosi, vale a dire la perdita delle specie “benefiche” che normalmente aiutano la pianta e l’aumento di microrganismi potenzialmente dannosi.

Nel caso dell’actinidia, alcuni studi hanno evidenziato una correlazione tra la KVDS e l’incremento di oomiceti del genere Phytopythium nelle radici, in particolare Phytopythium vexans.

Al contrario, piante sane o varietà più resistenti sembrano ospitare microbiomi più ricchi, con una elevata presenza di batteri “benefici”, per esempio batteri antagonisti dei patogeni, capaci di promuovere la salute radicale, aumentare la disponibilità nutritiva e aiutare la pianta a resistere a stress.

 

Dallo studio del microbioma ai consorzi microbici

 

Grazie a queste evidenze scientifiche il microbioma è oggi al centro della strategia di ricerca/lotta alla moria. Ricerche recenti di SOS-KIWI, tra cui studi condotti in collaborazione tra l’Università di Torino e l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, hanno confermato nel 2024 l’associazione tra l’oomicete Phytopythium vexans a radici di piante affette da KVDS.

Altri lavori, condotti su cultivar di kiwi più resistenti, hanno mostrato come le piante ospitino nelle radici comunità microbiche più stabili e arricchite di batteri benefici, come Pseudomonas, Bacillus, Sphingomonas e Streptomyces.

 

Risultati positivi dal progetto SOS-KIWI

 

Nel corso dell’estate del 2024 e del 2025 sono state condotte tre prove sperimentali con questi consorzi benefici selezionati. Due test sono stati realizzati in serra e uno direttamente in campo, con l’obiettivo di capire come reagisce il microbioma del suolo quando vengono applicati i cosiddetti “batteri buoni” a piante affette dalla sindrome e i primi risultati sembrano particolarmente promettenti.

Le osservazioni raccolte indicano, infatti, un contenimento dei sintomi della moria: le piante trattate mostrano una migliore vitalità e una minore progressione della sindrome rispetto a quelle non trattate. Inoltre, le prime analisi del suolo hanno rivelato che l’introduzione dei batteri utili favorisce attività biologiche fondamentali per il benessere delle coltivazioni, come la fissazione dell’azoto e la solubilizzazione del fosforo, processi naturali che rendono questi elementi nutritivi più facilmente disponibili per le radici.

Inoltre, le analisi successive all’applicazione dei consorzi microbici hanno evidenziato significative modifiche, in positivo, nella composizione del microbioma della rizosfera. In particolare, si è osservato un arricchimento di popolazioni microbiche benefiche per il suolo e per la pianta, in grado di rafforzare le interazioni biologiche alla base della fertilità del terreno e della resilienza dell’apparato radicale. Questo riequilibrio della comunità microbica contribuisce a creare un ambiente più favorevole allo sviluppo dell’actinidia, migliorandone la capacità di adattamento e di risposta agli stress associati alla moria.

 

Che cosa può significare per agricoltori e coltivatori (e per il futuro dell’actinidia in Italia)

 

Adottare una prospettiva microbiomica significa ripensare alla coltivazione del kiwi non più come semplice rapporto “pianta vs. patogeno”, ma come ecosistema complesso pianta-suolo-microbioma. Tutto ciò significa ripensare la gestione del suolo tramite pratiche preventive che mantengano o migliorino la biodiversità microbica, come rotazioni, cover crops, concimazioni organiche, riduzione del compattamento e gestione attenta dell’irrigazione. L’impiego, quando disponibili e validati, di consorzi microbici benefici potrà essere un importante supporto biologico per i produttori, riducendo al contempo l’uso di prodotti chimici e contribuendo a sistemi agricoli più sostenibili. La selezione di portinnesti e cultivar resilienti permetterà di integrare la genetica della pianta con un microbioma “potente”. Inoltre, tecniche all’avanguardia (metagenomica, analisi microbica del suolo e delle radici, diagnosi preventiva) permetteranno un monitoraggio precoce delle condizioni di rischio.

La moria del kiwi rappresenta una minaccia seria per la produzione in Italia, ma la ricerca sul microbioma offre oggi una prospettiva concreta e promettente. Non si tratta di una soluzione immediata, ma servono tempo, investimenti e collaborazione tra ricercatori, agronomi, vivaisti e produttori. Considerare il suolo e la comunità microbica non come “terra da disinfettare”, bensì come un alleato invisibile può rappresentare un vero cambio di paradigma, capace di contribuire alla salute delle piante e di rendere l’actinidiocoltura più sostenibile e più adatta agli scenari complessi di cambiamento climatico e pressione fitosanitaria crescente.

 

A cura di Ida Romano, ricercatrice e referente comunicazione dell’Università degli studi di Napoli Federico II (partner del progetto SOS-KIWI)

Nelle foto (fornite dall’autrice): piante di kiwi in sperimentazione all’Università di Napoli Federico II, sottoposte a sommersione controllata per indurre la comparsa dei sintomi della moria del kiwi e inoculate con un consorzio microbico selezionato costituito da batteri promotori della crescita vegetale e funghi micorrizici, al fine di valutarne il ruolo nella mitigazione dello stress e l’impatto sulla comunità microbica del suolo.

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