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Dal suolo al campo

SOS-KIWI: nuove conoscenze sulla moria del kiwi e primi risultati delle sperimentazioni in campo

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Grande partecipazione all’incontro tecnico “Lo stato dell’arte sull’actinidia in Piemonte”, che il 13 ottobre ha riunito oltre 150 operatori presso il Centro sperimentale della Fondazione Agrion di Manta (Cuneo). Focus della giornata i portinnesti, la loro interazione con nuovi consorzi microbici messi a punto dal progetto SOS-KIWI e le strategie di contrasto alla batteriosi.

 

Martedì 13 ottobre scorso, presso il Centro sperimentale della Fondazione Agrion di Manta (Cuneo), si è svolto l’incontro tecnico “Lo stato dell’arte sull’actinidia in Piemonte”, che ha riunito oltre 150 partecipanti per fare il punto sui più recenti risultati della ricerca e della sperimentazione dedicata alla coltura del kiwi.

Tra i progetti protagonisti della giornata anche SOS-KIWI, impegnato nello studio delle cause della moria dell’actinidia e nello sviluppo di possibili strategie di prevenzione e gestione.

Elena Negro, Fondazione Agrion, illustra la presentazione

Nel corso dell’incontro sono stati affrontati numerosi temi di interesse per il settore. Per il progetto SOS-KIWI, Elena Negro (Fondazione Agrion) ha illustrato le attività sperimentali finalizzate a verificare l’efficacia di nuovi consorzi microbici sviluppati nell’ambito del progetto come possibile strumento di gestione della sindrome.

A seguire, Ilaria Martino (DISAFA, Università di Torino) ha approfondito il ruolo degli oomiceti, in particolare Phytopythium, nel complesso quadro della moria del kiwi, evidenziando come la sommersione degli apparati radicali e le elevate temperature del terreno favoriscano in modo significativo la presenza di questi microrganismi.

 

Proseguono le sperimentazioni in campo

 

Piante di actinidia del campo sperimentale di Fondazione Agrion

La sperimentazione avviata da SOS-KIWI ha preso il via nel 2025 su 80 piante di actinidia della varietà Hayward, messe a dimora nel 2024 in un terreno precedentemente coltivato a pesco. Nel 2026 le prove sono state ampliate con un nuovo impianto composto da 40 piante della stessa cultivar autoradicate, coltivate in un terreno precedentemente destinato all’actinidia. La scelta di utilizzare piante autoradicate è legata alla loro maggiore sensibilità alla moria, caratteristica che le rende particolarmente adatte a valutare gli effetti dei trattamenti sperimentali.

Oltre al confronto tra tre diversi inoculi microbici, nel 2026 è stata introdotta anche una nuova tesi sperimentale basata sulla semina di specie erbacee geodisinfestanti appartenenti alle Brassicaceae, con particolare attenzione alla rucola.

Le prime rilevazioni effettuate in campo non hanno evidenziato differenze statisticamente significative tra i diversi inoculi testati e il controllo non trattato. Si tratta tuttavia di risultati preliminari che confermano la necessità di proseguire il monitoraggio nel tempo per valutarne appieno gli effetti.

 

Il ruolo del ristagno idrico e del microbioma

 

Un altro filone di ricerca sui portinnesti ha riguardato gli effetti del ristagno idrico sulle piante di actinidia. Le analisi hanno mostrato come la sommersione delle radici provochi profonde alterazioni dei processi metabolici e dei meccanismi di difesa della pianta. Quando questa condizione si associa alla presenza di Phytopythium vexans, gli effetti risultano ancora più marcati, confermando il ruolo centrale dell’interazione tra fattori ambientali e biologici nello sviluppo della moria.

Particolare attenzione è stata dedicata anche al microbioma del suolo, ossia all’insieme dei microrganismi che vivono nel terreno e interagiscono con l’apparato radicale. Le analisi condotte su suolo, rizosfera e radici hanno evidenziato differenze significative tra gli actinidieti sani e quelli colpiti dalla moria. In particolare, nei terreni interessati dalla sindrome è stata osservata una maggiore presenza di specie appartenenti al genere Phytopythium, elemento che suggerisce un possibile coinvolgimento di questi microrganismi nello sviluppo della malattia.

 

La ricerca continua

 

Un momento della visita ai campi sperimentali di SOS-KIWI allestiti presso Fondazione Agrion

Le attività proseguiranno anche nel 2027, con nuove campagne di monitoraggio e raccolta dati volte ad approfondire il potenziale dei consorzi microbici sviluppati da SOS-KIWI e a valutarne gli effetti nel medio e lungo periodo.

I risultati presentati durante l’incontro confermano quanto la moria del kiwi sia un fenomeno estremamente complesso, che non può essere ricondotto a un’unica causa. Comprenderne i meccanismi richiede infatti un approccio integrato, capace di considerare contemporaneamente le interazioni tra pianta, suolo, comunità microbiche e condizioni ambientali.

In questo contesto, le nuove conoscenze sul ruolo degli oomiceti, sulle alterazioni del microbioma e sugli effetti del ristagno idrico rappresentano un importante passo avanti nella comprensione dei processi che contribuiscono allo sviluppo della sindrome e nell’individuazione di strategie sempre più efficaci per la sua gestione.

 

Sul sito di Agrion sono disponibili le presentazioni dei relatori e la registrazione dell’incontro del 13 ottobre.

Leggi il comunicato stampa post-evento

Per conoscere tutti i risultati del progetto SOS-KIWI consulta il sito

 

A cura di: Luca Nari ed Elena Negro di Fondazione Agrion, partner di SOS-KIWI

Fonte foto: Fondazione Agrion

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