Buone notizie da SOS-KIWI per il monitoraggio e la prevenzione della moria del kiwi: negli ultimi mesi i ricercatori dell’Università di Torino hanno ulteriormente perfezionato un test di diagnostica molecolare basato sulla qPCR (quantitative Polymerase Chain Reaction), una tecnica che permette di quantificare il DNA di specifici microrganismi presenti in un campione. Il test permette di rilevare la presenza di Phytopythium vexans, un oomicete del suolo frequentemente associato alla moria del kiwi e considerato uno dei principali fattori coinvolti nella sindrome.
Parallelamente, l’Università di Udine sta lavorando a un protocollo diagnostico specifico per rilevare Phytophthora sojae-like, un altro oomicete frequentemente associato agli impianti colpiti, soprattutto nel Nord-Est Italia.
In questo articolo approfondiamo l’utilità e i vantaggi del test diagnostico messo a punto dall’Università di Torino e pensato per vivaisti e produttori. In un successivo contributo, che pubblicheremo a distanza di pochi giorni, analizzeremo i progressi delle ricerche condotte dall’Università di Udine per il rilevamento di Phytophthora sojae-like e illustreremo i successivi passi della ricerca.
Il protocollo per Phytopythium vexans ormai stabile e utilizzato di routine
Dopo la prima validazione del test (qui i dettagli), il lavoro dei ricercatori si è concentrato sul miglioramento dell’efficienza e della robustezza della metodica. L’efficienza della qPCR è stata ottimizzata fino al 97%, un risultato che garantisce elevata precisione nell’identificazione e nella quantificazione del patogeno. Oggi il protocollo viene utilizzato di routine in laboratorio e permette di analizzare diverse matrici biologiche: il suolo rizosferico (la porzione di terreno a diretto contatto con le radici), le radici lignificate (le radici più mature e legnose della pianta) e l’endosfera radicale (l’insieme dei tessuti interni della radice).
Elevata precisione anche nei campioni più difficili
Uno degli aspetti più complessi della diagnostica molecolare applicata ai patogeni del suolo riguarda la preparazione dei campioni e l’estrazione del DNA, soprattutto quando si lavora con matrici “complesse e difficili” come il terreno o le radici legnose.
Per migliorare ulteriormente l’affidabilità delle analisi, i ricercatori hanno introdotto una fase di liofilizzazione del materiale. Questo passaggio richiede circa due giorni aggiuntivi nella preparazione dei campioni, ma permette di standardizzare il processo e ottenere risultati più costanti tra operatori diversi.
La liofilizzazione facilita inoltre la frammentazione del materiale e consente di lavorare con quantità molto ridotte: bastano infatti 200 milligrammi di suolo oppure 20 milligrammi di radice per ottenere DNA sufficiente all’analisi.
Dalla diagnosi precoce di P. vexans alla prevenzione
Le analisi condotte nell’ambito del progetto hanno evidenziato una chiara correlazione tra la quantità di P. vexans rilevata e lo stato sanitario delle piante: gli actinidieti sintomatici presentano elevate concentrazioni del patogeno, mentre le piante apparentemente sane mostrano quantità molto inferiori, anche quando si trovano in impianti con alta incidenza della moria. Questo risultato conferma il potenziale della diagnostica molecolare come strumento di monitoraggio precoce e supporto decisionale per tecnici e agricoltori.
Il test è stato anche applicato al materiale vivaistico proveniente da diversi vivai specializzati in actinidia, per verificare l’eventuale presenza del patogeno nelle piante destinate al trapianto. Le indagini hanno evidenziato in alcuni casi la presenza di P. vexans, confermando l’importanza di effettuare controlli preventivi lungo tutta la filiera produttiva e sul materiale di propagazione, così da ottenere una verifica preliminare della sicurezza del materiale vivaistico utilizzato e ridurre il rischio di diffusione della problematica già nelle prime fasi di impianto.
I vantaggi della diagnostica messa a punto da SOS-KIWI
Disporre di uno strumento capace di quantificare il patogeno nel suolo e nelle radici apre nuove prospettive per la gestione agronomica degli impianti. La diagnostica precoce infatti, potrebbe aiutare a programmare interventi preventivi, inclusi approcci biologici o pratiche che richiedono tempi lunghi di preparazione, come la biofumigazione del terreno.
Inoltre, il monitoraggio nel tempo dell’abbondanza del patogeno permette di studiare la relazione tra presenza di P. vexans e variabili ambientali o agronomiche, come temperatura, umidità del suolo, pratiche colturali e trattamenti applicati in campo.
A cura di Elisabetta Talevi Paletto e Chiara Platania (Università di Torino), Marta Martini e Paolo Ermacora (Università di Udine)
Nella foto (fornita dagli autori): Chiara Platania, ricercatrice di SOS-KIWI, durante l’esecuzione di un test.



