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Dal suolo al campo

Dalla ricerca di SOS-KIWI nuove prospettive per una coltivazione dell’actinidia più sostenibile

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A che punto è la ricerca sulla moria del kiwi?  Quali soluzioni si stanno delineando?  Quali difficoltà restano da superare?

Marta Martini (Università di Udine e responsabile scientifico del progetto) durante i saluti di benvenuto

Sono queste le principali domande al centro del convegno “Moria del kiwi: dall’emergenza alla gestione sostenibile”, svoltosi il 15 settembre scorso presso la Biblioteca scientifica dell’Università di Udine.

Organizzato dal progetto SOS-KIWI, l’incontro ha riunito più di 100 partecipanti tra ricercatori e operatori del settore per condividere i risultati delle attività scientifiche sviluppate anche da altri progetti di ricerca e per discutere le prospettive future della coltivazione.

 

 

Pubblico in sala convegno

Per una migliore illustrazione dei risultati emersi e al fine di fornire agli operatori indicazioni pratiche e utili, abbiamo ritenuto condensare oltre otto ore di convegno in questo articolo senza seguire l’ordine delle relazioni, ma costruendo un racconto intorno a un messaggio centrale: la moria del kiwi è un problema complesso per il quale la ricerca sta individuando strategie, ma che richiede un approccio integrato e una forte collaborazione e scambio di conoscenze tra ricerca il mondo produttivo.

 

Una problematica complessa che parte dalle radici

 

Saveria Mosca (Università di Reggio Calabria) illustra la sua presentazione

Uno dei messaggi emersi dal convegno è che la moria del kiwi è una sindrome multifattoriale, legata all’interazione tra caratteristiche del terreno, disponibilità di acqua e ossigeno, condizioni climatiche e microrganismi del suolo. Il problema colpisce inizialmente le radici, compromettendone la capacità di assorbire acqua e nutrienti. Quando compaiono i sintomi sulla parte aerea, come appassimento e indebolimento della vegetazione, il danno radicale è spesso già avanzato e si può arrivare alla morte della pianta.

Le ricerche presentate hanno evidenziato l’importanza dei ristagni idrici e della carenza di ossigeno, che indeboliscono le radici e possono favorire microrganismi potenzialmente dannosi. Particolare attenzione è stata dedicata anche alle comunità microbiche associate al suolo e alle radici, il cui equilibrio può alterarsi in presenza della sindrome. Comprendere queste interazioni e sviluppare nuovi strumenti di diagnosi molecolare rappresenta un passo importante verso strategie di prevenzione e contenimento più efficaci.

 

I microrganismi benefici preziosi alleati delle piante

 

Chiara Bernardini (Università di Udine) durante il suo intervento al convegno

Non tutti i microrganismi sono dannosi: molti batteri e funghi presenti nel terreno favoriscono la disponibilità di nutrienti, contribuiscono alla salute delle radici e aiutano le piante a contrastare le malattie. Su queste basi, il progetto SOS-KIWI sta studiando l’impiego di consorzi di microrganismi benefici, combinazioni di batteri e funghi selezionati per migliorare la salute del suolo e sostenere le piante in condizioni sfavorevoli.

Le sperimentazioni hanno individuato microrganismi capaci di limitare, in laboratorio, la crescita di alcuni microrganismi associati alla moria. Anche i primi test su piante in condizioni controllate hanno fornito risultati incoraggianti. La strada verso l’applicazione in frutteto richiede però ulteriori verifiche: l’efficacia osservata in laboratorio o in serra deve essere confermata in campo, dove entrano in gioco le caratteristiche del terreno, il clima, le pratiche agronomiche e le comunità microbiche già presenti.

 

Dalla gestione del suolo, alla scelta di portinnesti e varietà

 

Gloria De Mori (Università di Udine) durante il suo intervento al convegno

Accanto alla microbiologia, la gestione agronomica rappresenta un elemento fondamentale nella prevenzione della moria. Particolare attenzione deve essere rivolta all’equilibrio tra acqua e ossigeno nel terreno, attraverso una corretta irrigazione, il monitoraggio dell’umidità, il miglioramento della struttura del suolo e una fertilizzazione equilibrata.

Un’altra strada promettente riguarda l’impiego di portinnesti più tolleranti, ovvero piante dotate di apparati radicali capaci di adattarsi meglio a condizioni difficili, sulle quali vengono innestate le varietà di kiwi destinate alla produzione e commercializzazione. Le attività di ricerca di SOS-KIWI stanno valutando diverse risorse genetiche, comprese alcune specie di actinidia che mostrano caratteristiche interessanti per la tolleranza agli stress radicali. Le sperimentazioni condotte negli ultimi anni hanno già fornito indicazioni utili, mentre proseguono gli studi per verificare la compatibilità tra portinnesti e varietà coltivate, la produttività e la qualità dei frutti.

I risultati preliminari sono promettenti, ma occorrono sperimentazioni pluriennali in campo. La prospettiva più concreta non è quindi una soluzione unica, ma l’integrazione di buone pratiche agronomiche, materiali vegetali più adatti e microrganismi benefici.

 

Una sfida anche economica e ambientale

 

Le conseguenze della moria non si limitano alla perdita delle piante. Il fenomeno comporta costi elevati per gli agricoltori, legati alla riduzione delle produzioni, alla necessità di sostituire le piante compromesse e, nei casi più gravi, al rifacimento degli impianti.

Il convegno ha affrontato anche gli impatti economici e ambientali della sindrome, evidenziando come la perdita di produttività possa ridurre la redditività aziendale e aumentare l’impatto ambientale. Le nuove strategie devono quindi essere valutate non soltanto per la loro efficacia agronomica, ma anche per la sostenibilità economica e ambientale, affinché possano essere concretamente adottate dalle aziende e contribuire alla competitività della filiera nel lungo periodo.

 

Dalla ricerca al campo: il valore della collaborazione

 

Elisabetta Talevi Paletto (Università di Torino), giovane ricercatrice, esperta in comunicazione del progetto  SOS-KIWI

La giornata si è conclusa con una riflessione sul ruolo della comunicazione scientifica e con una tavola rotonda dedicata alle sfide future della filiera.

Un aspetto centrale riguarda la necessità di far arrivare le conoscenze prodotte dalla ricerca a chi può utilizzarle concretamente: agricoltori, tecnici, vivaisti e operatori del settore. La comunicazione rappresenta quindi un elemento che accompagna il percorso della ricerca, favorendo lo scambio di conoscenze, il confronto sui risultati e la comprensione delle opportunità offerte dalle nuove strategie. È altrettanto importante condividere con chiarezza gli aspetti ancora da approfondire e i tempi necessari affinché una soluzione sperimentale possa trovare applicazione nella pratica agricola.

In questa prospettiva, il progetto SOS-KIWI è un esempio di collaborazione tra università, centri di ricerca e realtà del territorio, impegnati ad affrontare una problematica che richiede competenze scientifiche diverse e un dialogo continuo con il mondo produttivo.

 

In prospettiva…

 

Il convegno di Udine ha confermato che la strada verso una gestione sostenibile della moria del kiwi passa attraverso l’integrazione delle conoscenze e delle strategie disponibili. La ricerca sta contribuendo a comprendere meglio una sindrome complessa e a individuare nuove possibilità di intervento. La sfida dei prossimi anni sarà proseguire le sperimentazioni, consolidare i risultati e trasformare le conoscenze scientifiche in strumenti concreti per gli agricoltori.

Perché il valore della ricerca si misura anche nella sua capacità di contribuire a risolvere i problemi di chi, ogni giorno, lavora sul campo.

 

Scarica le presentazioni dei relatori

 

Programma del convegno

 

 

A cura di: Elisabetta Talevi Paletto, Università di Torino  

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